Molte persone che hanno subito un abuso sessuale credono, con il tempo, di aver “messo da parte” quell’esperienza. Continuano la loro vita, costruiscono relazioni, trovano un lavoro, mettono in piedi una quotidianità apparentemente normale.
Anni dopo, arrivano in terapia con problemi che sembrano scollegati da ciò che è successo: attacchi di ansia senza (apparente) motivo, difficoltà nelle relazioni intime, scoppi di rabbia improvvisi, sensazione di essere “sbagliati” o costantemente in allerta.
Una mia paziente, ad esempio, mi ha detto all’inizio: “Io il trauma l’ho superato, è passato, non c’entra nulla. Il problema è che con il mio compagno non riesco a rilassarmi, mi irrigidisco ogni volta che mi tocca, anche se so che non mi farebbe mai del male”.
Un’altra mi raccontava: “Non capisco perché non riesco a dormire bene, mi sveglio di soprassalto, come se qualcuno fosse nella stanza. Ma non collego questa cosa a quello che mi è successo da ragazzina”.
La verità è che spesso non abbiamo la minima idea che i comportamenti, le emozioni e le difficoltà che viviamo oggi siano una conseguenza diretta di un trauma antico e doloroso. Questo perché il cervello, nel momento dell’abuso, ha reagito in un modo particolare, lasciando delle tracce che condizionano il presente.
Cosa accade nel cervello durante un trauma sessuale
Gli studi di Bessel van der Kolk, Janina Fisher e Robin Shapiro ci mostrano con chiarezza che durante un abuso sessuale il cervello non funziona come nelle situazioni normali. Non c’è spazio per la logica o per la scelta consapevole: il sistema nervoso prende il comando e decide per noi.
La parte più antica del cervello, quella che si occupa della sopravvivenza, entra in allerta massima.
L’amigdala – che possiamo immaginare come un “allarme antincendio” interno – percepisce il pericolo e invia segnali di emergenza a tutto il corpo. Nello stesso momento, la corteccia prefrontale – la parte più razionale, che ci permette di pensare, pianificare e prendere decisioni – si spegne.
È come se qualcuno avesse staccato la luce della logica: non possiamo più dire “ora scappo”, “ora grido”, “ora mi difendo”.
Al suo posto entra in funzione il sistema nervoso autonomo, che mette in campo le risposte di sopravvivenza. Sono automatiche, fuori dal nostro controllo, e nessuna di queste è una scelta volontaria:
- Lotta: provare a respingere o contrastare l’aggressore.
- Fuga: cercare di scappare, correre via.
- Blocco (freeze): il corpo si paralizza, come se fosse congelato. È un meccanismo di protezione che riduce il rischio di ulteriore danno ed è quello più comune.
- Compiacenza (fawn): fingersi collaborativi o gentili, nella speranza di limitare la violenza.
Molte persone si colpevolizzano dopo, pensando: “avrei dovuto difendermi, avrei dovuto reagire”. In realtà, non potevano scegliere. Il corpo ha fatto ciò che sembrava più utile per sopravvivere in quell’istante.
Una giovane donna che ho seguito in terapia mi raccontava: “Avrei voluto urlare o scappare, ma il mio corpo non rispondeva. Era come se fossi pietrificata, intrappolata dentro di me”.
Un altro paziente, invece, ricordava: “Ho cercato di sorridere e mostrarmi tranquillo. Dentro stavo morendo di paura, ma pensavo che, se fossi stato gentile, sarebbe finita prima”.
Questi esempi ci mostrano che il corpo non “sceglie male”: sceglie la strategia che, in quell’istante, sembra garantire più probabilità di restare vivi.
Comprendere la dimensione neurobiologica del trauma è fondamentale, perché libera dalla colpa e dalla vergogna. Non era una mancanza di forza. Non era una debolezza. Era il tuo cervello che cercava di salvarti.
Quando il corpo reagisce come se il pericolo fosse ancora presente
Il nostro corpo non dimentica. Questa è una delle verità più difficili ma anche più liberatorie da accogliere.
Quando hai vissuto un abuso sessuale, il corpo ha imparato una lezione precisa: “per sopravvivere devo reagire così”. Che fosse blocco, fuga, compiacenza o lotta, quella strategia è stata registrata come un programma di emergenza, pronto a riattivarsi alla minima somiglianza con il passato.
Il punto è che oggi quel pericolo non c’è più, ma il corpo non sempre lo sa. Basta un odore, un tono di voce, un gesto improvviso, persino una frase detta senza malizia per scatenare la stessa risposta automatica. Allora ci irrigidiamo, ci arrabbiamo all’improvviso, ci chiudiamo, oppure cerchiamo disperatamente di compiacere.
Molte persone in terapia mi dicono: “Non capisco perché reagisco così, so che non è pericoloso, ma è più forte di me”.
E in effetti è proprio così: il corpo si muove prima della mente, si attiva nel tentativo di proteggerti. È come se vivesse ancora in allerta, pronto a difenderti da qualcosa che non c’è più.
Queste reazioni automatiche possono confondere, possono sembrare sproporzionate, ma hanno un senso: sono il linguaggio del trauma. Il corpo non ha ancora ricevuto la certezza che adesso sei al sicuro.
Il lavoro terapeutico serve proprio a questo: insegnare al corpo che il pericolo è passato, che non deve più vivere in guerra. Significa dare al sistema nervoso nuove esperienze di sicurezza, nuove possibilità di scelta, così che non sia più costretto a ripetere sempre e solo la vecchia strategia di sopravvivenza.
La dissociazione: quando la mente si stacca dal corpo
Immagina di vivere qualcosa di insopportabile, da cui non puoi né scappare né difenderti. Allora la mente fa l’unica cosa possibile per proteggerti: “stacca la spina”.
È come se il corpo restasse lì a subire, mentre tu ti sposti altrove. Alcuni lo descrivono come guardarsi da fuori, come se stessero assistendo a un film in cui il protagonista non sono più loro. Una persona mi disse: “Era come se fossi sul soffitto e guardassi la scena dall’alto. Non sentivo più nulla, non ero io”.
Altri parlano di veri e propri buchi di memoria, di sensazioni di vuoto, o di vivere come “ovattati”: senza dolore, ma anche senza piacere, senza la possibilità di sentirsi davvero presenti.
La dissociazione, in quel momento, è stata la tua salvezza. Ti ha permesso di non essere travolto dall’orrore, di sopravvivere a qualcosa che sembrava insopportabile. Ma quando diventa una modalità che si ripete anche nel presente, porta con sé delle difficoltà.
Può significare sentirsi scollegati dal corpo, incapaci di provare emozioni intense, come se la vita fosse vissuta “a metà”. Può voler dire ridere con gli amici senza sentire davvero gioia, o vivere un abbraccio senza calore. È un po’ come essere fisicamente presenti, ma non del tutto vivi.
Le ferite invisibili nella vita quotidiana
Come scritto in precedenza, il trauma non rimane nel passato. Entra nel corpo, si scrive nel sistema nervoso, e riaffiora in modi che spesso sembrano inspiegabili. Le ferite invisibili di un abuso sessuale possono manifestarsi in tanti aspetti della vita quotidiana, spesso dove non ce lo aspetteremmo.
- Nelle relazioni di coppia:
Non è solo questione di difficoltà nell’intimità. Spesso c’è un bisogno continuo di controllare l’altro, perché l’imprevedibilità ricorda il pericolo e non ci si può fidare. Oppure, al contrario, si accetta qualsiasi comportamento pur di non essere lasciati, perché la paura dell’abbandono è troppo grande. Anche un gesto tenero può scatenare panico: una carezza improvvisa, un abbraccio alle spalle, possono far rivivere nel corpo l’esperienza dell’abuso. - Nelle amicizie e nella vita sociale:
Alcune persone diventano estremamente compiacenti, incapaci di dire di no, come se il proprio valore dipendesse dall’approvazione altrui. Altre, invece, si isolano, perché sentono di non poter reggere il contatto con gli altri. In entrambi i casi, il trauma decide chi possiamo essere nel mondo. - Nel lavoro:
Molti raccontano di sentirsi costantemente giudicati, anche quando non c’è nessuna critica. Una paziente mi disse: “Ogni volta che il capo mi chiama nel suo ufficio, mi tremano le gambe. Razionalmente so che non c’entra nulla, ma è come se dovessi subire di nuovo qualcosa”.
La figura di autorità può risvegliare l’antico senso di impotenza, e questo porta a difficoltà nel crescere professionalmente o nel chiedere ciò che si merita. - Con se stessi:
L’eco più dolorosa dell’abuso spesso si manifesta nel dialogo interno. Frasi come “è colpa mia”, “non valgo niente”, “me lo merito”, “non sono al sicuro” sono voci interiori nate dal trauma, che continuano a punire la vittima, alimentando vergogna e disprezzo di sé.
Queste ferite invisibili sono le più difficili da riconoscere, perché non sanguinano. Ma condizionano la vita in profondità.
Il mio lavoro in terapia
Guarire da un abuso sessuale non significa cancellare i ricordi o dimenticare ciò che è accaduto. Quello che è successo fa parte della tua storia, e nessuna terapia può riscriverla. Ma ciò che è possibile – ed è questo il cuore del lavoro terapeutico – è rielaborare l’esperienza in modo che smetta di condizionare il presente. Significa che il ricordo non deve più scatenare il panico, il blocco o la vergogna, ma può diventare qualcosa che appartiene al passato e non governa più la vita di oggi.
Uno degli strumenti che utilizzo più spesso è l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing). È un metodo scientificamente validato che permette al cervello di “ricodificare” la memoria traumatica. Durante le sedute, attraverso movimenti oculari o stimolazioni bilaterali, si riattiva la capacità naturale della mente di elaborare i ricordi. In questo modo il trauma non viene dimenticato, ma smette di essere vissuto come una minaccia attuale. È come se la ferita smettesse di sanguinare: resta la cicatrice, ma non fa più male ogni volta che la tocchi.
Quando una persona è molto attivata, e il ricordo scatena subito ansia, panico o sensazioni fisiche troppo intense, utilizzo anche la tecnica Flash. È una modalità più delicata e protettiva, che permette di lavorare sul ricordo traumatico senza doverlo rivivere in maniera diretta. La persona mantiene l’attenzione su pensieri neutri o piacevoli, mentre il cervello in sottofondo rielabora il dolore. Questo riduce l’attivazione e rende il percorso più sostenibile anche per chi teme di non riuscire a reggere l’impatto delle emozioni.
Ma il trauma non vive solo nella mente. Come sottolinea Bessel van der Kolk, “il corpo accusa il colpo”: resta nelle tensioni muscolari, nel respiro trattenuto, nei battiti che accelerano senza motivo, nell’incapacità di rilassarsi. Per questo, in terapia integro anche il lavoro con il corpo. Attraverso esercizi di grounding, consapevolezza corporea e tecniche di autoregolazione, aiuto le persone a sentire di nuovo che il proprio corpo può essere una casa sicura, non più solo un luogo di dolore. Imparare a percepire i piedi a terra, ad allentare le spalle, a respirare profondamente sembra banale, ma diventa un gesto rivoluzionario quando il corpo è stato il teatro di una violenza.
Un altro aspetto fondamentale riguarda le parti di sé, un approccio che devo molto al lavoro di Robin Shapiro. Dopo un trauma così invasivo, spesso dentro di noi restano diverse “voci”: c’è la parte spaventata, che continua a tremare; quella arrabbiata, che non si fida di nessuno; quella che si vergogna, convinta che sia stata colpa sua; e magari una parte che vuole solo dimenticare tutto, andare avanti come se nulla fosse accaduto.
In terapia non cerco di zittire queste parti, ma di ascoltarle. Ognuna di loro ha avuto un ruolo nella sopravvivenza: anche quella che si accusa o che cerca di negare il trauma, a suo modo, ha cercato di proteggerti. Dare voce e dignità a ciascuna parte significa smettere di vivere in guerra con sé stessi e ritrovare una coesione interiore.
Il percorso non è lineare: ci sono momenti di sollievo e altri di fatica, giorni in cui sembra di essere più leggeri e altri in cui il dolore riappare. Ma ciò che cambia, passo dopo passo, è la capacità di affrontare queste onde senza esserne travolti. L’obiettivo non è dimenticare, ma poter dire: “Sì, mi è successo. E adesso posso vivere, senza che quel momento decida più chi sono e come devo sentirmi”.
Tornare a vivere
Sopravvivere ad un abuso sessuale non è solo una questione di forza, ma di possibilità di cura. Significa imparare a riconoscere le reazioni automatiche come tracce del trauma, non come difetti personali. Significa ricostruire fiducia, riscoprire il piacere, riappropriarsi del corpo come di una casa sicura.
Il trauma ha cercato di spegnerti. Ma il fatto che tu sia qui, a leggere, a cercare risposte, dimostra che la tua forza non si è mai spenta.
La sopravvivenza è stata il tuo modo di resistere. La guarigione può diventare il tuo nuovo modo di vivere.












0 commenti