Trauma psicologico: cos’è, come si manifesta e come affrontarlo

di Pamela Busonero | 2 Febbraio 2016 | EMDR e Traumi Psicologici

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Ci sono esperienze che finiscono, ma continuano a farsi sentire. Magari sai che oggi sei in una situazione diversa, eppure un tono di voce, un odore o un momento di silenzio accende una paura difficile da spiegare. Oppure ti accorgi che eviti qualcosa senza capire bene da quando hai cominciato a farlo. Se ti succede, non significa automaticamente che tu abbia un disturbo: può essere utile, però, fermarsi a osservare che cosa sta accadendo.

Parlare di trauma psicologico significa guardare non solo a ciò che è successo, ma anche all'effetto che quell'esperienza ha avuto su di te, sulle tue emozioni, sul corpo e sul modo di stare nelle relazioni. In questa guida trovi una mappa per orientarti: che cosa si intende per trauma, quali reazioni possono comparire, che differenza c'è con il disturbo post-traumatico da stress e come può iniziare un percorso di aiuto. Non è uno strumento per diagnosticarti; è un punto da cui partire per comprenderti meglio.

Che cos'è un trauma psicologico

La parola “trauma” richiama una ferita. Quando parliamo di trauma psicologico, però, non basta fare un elenco di eventi e decidere dall'esterno quali siano abbastanza gravi. Contano anche la possibilità di sentirsi al sicuro, l'età in cui è accaduto qualcosa, le risorse disponibili e il sostegno ricevuto. Due persone possono attraversare la stessa situazione e reagire in modi diversi. Questo non rende meno reale la sofferenza di nessuna delle due.

Un'aggressione, un incidente o una calamità possono mettere improvvisamente in discussione la sicurezza. Altre esperienze sono meno facili da raccontare in un'unica scena: umiliazioni ripetute, trascuratezza, paura che si prolunga nel tempo. Nel linguaggio divulgativo si incontra a volte la distinzione tra traumi con la “T maiuscola” e con la “t minuscola”. Può aiutare a non minimizzare ciò che non appare spettacolare, ma non è una scala con cui classificare le persone né una diagnosi. Il punto è comprendere che cosa quell'esperienza abbia significato nella storia di chi l'ha vissuta.

Immagine illustrativa sul trauma psicologico
Il trauma psicologico non si riconosce soltanto dall'evento, ma anche da come viene vissuto.

Se il tema che ti riguarda è una mancanza di attenzione e protezione cresciuta nel tempo, puoi approfondire che cosa si intende per trascuratezza emotiva. È una domanda diversa da quella su un singolo evento, anche se entrambe meritano ascolto.

Come può manifestarsi nella vita quotidiana

Non esiste una reazione uguale per tutti. Alcune persone ricordano spesso ciò che è accaduto; altre fanno il possibile per non pensarci. C'è chi si sente in allerta, chi fatica a dormire, chi diventa più sensibile a certi segnali nelle relazioni. Può capitare anche di sentire poco, come se le emozioni fossero lontane. Nessuno di questi elementi, preso da solo, dimostra che ci sia un trauma: sonno, tensione e umore possono cambiare per molte ragioni.

A volte la reazione arriva prima della spiegazione. Un dettaglio del presente somiglia a qualcosa del passato e suscita una risposta intensa, anche quando sai razionalmente che oggi la situazione è diversa. Nell'approfondimento sui trigger emotivi parlo proprio di questa distanza fra ciò che comprendi e ciò che senti. Altre volte la risposta è un blocco: vorresti parlare o muoverti e invece rimani fermo. La pagina dedicata al freezing aiuta a distinguere questa possibilità dalla semplice idea di “non aver reagito abbastanza”.

Se riconosci qualcosa di te in queste descrizioni, prova a non usarle come etichette definitive. La domanda più utile può essere un'altra: Che cosa mi succede nel corpo quando penso a quella situazione? E che cosa cambia quando mi sento al sicuro? Osservare non significa forzarti a rivivere un ricordo. Può essere il primo modo di dare un nome a un'esperienza rimasta confusa.

Perché il passato può sembrare ancora presente

Un ricordo non è soltanto una cronaca dei fatti. Può essere legato a emozioni, sensazioni e significati su di sé: “non valgo”, “non posso fidarmi”, “devo stare sempre attento”. Per questo sapere che un'esperienza è finita non basta sempre a sentirla conclusa. Nel suo lavoro sul trauma, Bessel van der Kolk richiama l'attenzione anche sul rapporto tra memoria, corpo e relazioni. È una prospettiva utile per non ridurre tutto a una questione di volontà; non significa che ogni sintomo fisico abbia necessariamente origine traumatica.

La persistenza di certe risposte può essere difficile da comprendere soprattutto quando fuori “va tutto bene”. In quel momento può nascere una seconda fatica: giudicarti perché non riesci a lasciarti alle spalle ciò che è accaduto. Ma capire un meccanismo non equivale a decidere che cosa devi provare. Se vuoi approfondire questo nodo, ho dedicato un articolo al trauma non elaborato, distinguendo il ricordo dell'evento dalle reazioni che possono riaffacciarsi nel presente.

Talvolta emergono vissuti che sembrano contraddirsi: una parte di te vorrebbe avvicinarsi, un'altra teme di farlo. È un modo per descrivere un conflitto interno, non una diagnosi. Nell'articolo sulle parti del sé trovi uno spazio per esplorare questa esperienza con più sfumature, senza concludere che ogni ambivalenza sia il segno di un trauma.

Trauma e disturbo post-traumatico da stress non sono sinonimi

Aver vissuto qualcosa di doloroso non significa sviluppare un disturbo post-traumatico da stress. Dopo un'esperienza difficile possono comparire reazioni che cambiano con il tempo e con il sostegno ricevuto. Quando invece i ricordi intrusivi, l'evitamento e lo stato di allerta provocano sofferenza significativa e interferiscono con la vita quotidiana, una valutazione professionale può aiutare a capire che cosa sta accadendo. Non è un passaggio da compiere da soli sulla base di un articolo o di una lista di sintomi.

Esistono anche situazioni più complesse, nelle quali la difficoltà non nasce da un unico episodio ma da esperienze ripetute, spesso all'interno di relazioni importanti. In questi casi non serve affrettarsi a scegliere un'etichetta: è più utile ricostruire con attenzione la storia, ciò che oggi crea disagio e le risorse presenti. Ho spiegato più nel dettaglio che cosa distingue il disturbo post-traumatico da stress dalle comuni reazioni dopo un evento difficile.

Un'altra distinzione conta: non ogni esperienza di ansia, tristezza o tensione è riconducibile al trauma. Se ci sono sintomi fisici persistenti o nuovi, vale la pena considerarli anche con i professionisti sanitari appropriati. Chiedere aiuto non serve a trovare in fretta una causa unica; serve a capire meglio il quadro, senza trascurare parti importanti della tua salute.

Che cosa può aiutare, senza forzare i tempi

Il primo passo non deve essere per forza raccontare tutto. Per alcune persone è già molto poter dire: “Mi succede questo, e non so ancora spiegare bene perché”. Un percorso può partire dal presente: capire quando compare il disagio, che cosa lo rende più intenso, quali situazioni danno un senso di maggiore sicurezza. Si costruisce poi, insieme, un modo di lavorare adatto alla persona e alla sua storia.

Parlare di un evento e rielaborarlo non sono la stessa cosa. Ripetere il racconto quando non ci si sente pronti può risultare faticoso; per questo contano la relazione terapeutica, la preparazione e la possibilità di fermarsi. Se questa differenza ti interessa, trovi un approfondimento su parlare del trauma senza confondere racconto e rielaborazione.

Alcune persone provano a controllare ogni pensiero, evitare tutti i luoghi che ricordano il passato o costringersi a “stare meglio” in fretta. Sono tentativi comprensibili di proteggersi, ma possono restringere la vita se diventano l'unico modo di affrontare il disagio. L'obiettivo non è toglierti una difesa prima che tu abbia altre risorse: è capire insieme quando quella difesa ti serve e quando, invece, comincia a pesare.

Il ruolo della psicoterapia e dell'EMDR

Nella psicoterapia il lavoro non comincia da una tecnica scelta in anticipo. Prima c'è la conoscenza della persona: che cosa l'ha portata a chiedere aiuto, quali difficoltà incontra oggi, che cosa desidera cambiare e quali condizioni le permettono di sentirsi abbastanza al sicuro per affrontare il percorso. Gli obiettivi si definiscono insieme e possono essere rivisti. Non esiste un tempo uguale per tutti, né una promessa di cancellare ciò che è accaduto.

L'EMDR è uno degli approcci utilizzati nel lavoro sul trauma. Il metodo è stato sviluppato da Francine Shapiro e prevede una valutazione e una preparazione prima della rielaborazione dei ricordi. Non coincide con il solo movimento degli occhi, né è un esercizio da riprodurre da soli dopo aver letto una spiegazione online. La scelta se usarlo, quando e con quali obiettivi appartiene al percorso clinico individuale.

Nel mio lavoro a Firenze e online integro l'ascolto della storia personale con l'attenzione a ciò che accade nelle emozioni e nel corpo. Se vuoi capire come si svolge il servizio, nella pagina sulla psicoterapia EMDR a Firenze trovi le modalità e gli strumenti che propongo. È un'informazione per orientarti, non l'indicazione che questo sia il percorso giusto per chiunque legga.

Forse hai riconosciuto una reazione che non avevi mai collegato alla tua storia. Forse, invece, quello che stai vivendo non corrisponde a nessuno degli esempi. Entrambe le possibilità meritano attenzione. Potresti chiederti da quanto tempo senti questa difficoltà, in quali momenti diventa più presente e che cosa, anche per poco, ti aiuta a stare meglio. Non per cercare una risposta perfetta, ma per arrivare a una conversazione con qualche elemento in più.

Il trauma psicologico non riassume tutto ciò che sei e non determina da solo il tuo futuro. Comprendere come un'esperienza abbia inciso sulla tua vita può però aprire uno spazio di scelta: riconoscere quello che succede oggi, valutare di quale sostegno hai bisogno e procedere senza dover dimostrare di essere “già oltre”. Se desideri parlarne con me, partiremo da ciò che per te è importante adesso.

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Pamela Busonero

Pamela Busonero

Sono Pamela Busonero, psicologa e psicoterapeuta ad indirizzo Gestalt ed EMDR e una delle fondatrici del Centro EMDR Firenze. Ricevo a Firenze e online, accompagnando persone che hanno vissuto relazioni complesse e traumatiche verso un recupero di stabilità, sicurezza e fiducia in se stesse. Nel mio lavoro integro ascolto, relazione e costante aggiornamento professionale: credo nell’importanza di esserci e di aiutare ogni persona a riconoscere le proprie risorse, rispettandone la storia e l’unicità.

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3 Commenti

  1. G

    A mio avviso non credo che basti un percorso psicoterapeutico per superare traumi e blocchi psicologici. Le persone sanno essere veramente cattive, a volte anche senza troppa intenzionalità perché causa l’iconsapevolezza del proprio essere pervasivo e distruttivo verso gli altri. L’ambiente circostante ci forgia, può salvarci così come è in grado di distruggerci.
    Se non si esce da determinate circostanze, i blocchi ci saranno sempre. E’ un cane che si morde la coda. La saggezza popolare insegna: senza soldi non si cantano messe.

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    • Pamela Busonero

      Il percorso psicoterapeutico classico non basta, ma con la tecnica emdr di possono avere grandi risultati e cambiamenti profondi. Per approfondire può leggere qualcosa sulle evidenze scientifiche

      Reply
  2. G

    E’ un gioco di potere, sempre e comunque. Mors tua, vita mea.

    Reply

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