Pamela Busonero, Psicologa e Psicoterapeuta

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Narcisismo ovunque. Ma siamo davvero sicuri?

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Narcisismo ovunque

Oggi sembra che la parola narcisismo sia sulla bocca di tutti.
C’è chi parla di “abuso narcisistico” come se fosse la spiegazione di qualsiasi relazione difficile. E c’è chi invece sostiene che non esista affatto, liquidando tutto come esagerazioni o mode del momento.

La verità, come spesso accade, sta nel mezzo.
Non tutto è abuso narcisistico: a volte è la nostra ferita interiore che si riapre quando l’altro prende distanza. In questi casi, etichettare subito il partner come “narcisista” crea un danno enorme, perché ci impedisce di guardare dentro di noi e di lavorare su ciò che ci fa soffrire davvero.
Allo stesso tempo, però, l’abuso narcisistico esiste eccome. È una realtà dolorosa, che lascia cicatrici profonde, e che non può essere sminuita come se fosse solo una moda.
Ecco perché è importante fare chiarezza: distinguere tra ferite emotive e manipolazione patologica, tra dolore che nasce dentro di noi e dolore inflitto dall’altro.

Capiamo la differenza tra Disturbo Narcisistico di Personalità e delusioni affettive

Voglio raccontarvi due esempi, molto diversi tra loro.

La prima storia è quella di una donna che mi ha chiamata convinta di avere accanto un “narcisista”. Con voce carica di dolore mi ha detto: “Lui mi ignora, il fine settimana non esisto per lui”. Approfondendo, ho scoperto che il suo compagno, separato, ogni sabato e domenica andava dai figli, lasciandola a casa da sola. Lei in quei momenti si sentiva invisibile, abbandonata, esclusa dalla vita di lui.
Ora, vi chiedo: questo è narcisismo? No. Qui non c’è manipolazione né violenza psicologica. C’è un padre che va a trovare i propri figli. C’è una ferita personale: quella paura antica di non essere amata, che si riattiva ogni volta che qualcuno prende distanza. Un dolore reale, ma diverso dall’abuso.

La seconda storia è di una donna arrivata in terapia con una relazione di un giudice in mano: il documento del tribunale riportava tratti narcisistici gravi del marito. In questo caso non si trattava di percezioni, ma di un disturbo riconosciuto. In casa lei viveva svalutazioni continue, gaslighting, ribaltamenti della realtà. Era logorata, svuotata, e non riusciva più a fidarsi di sé stessa.

Ecco le ripercussioni nei due casi:

  • Nel primo, la persona rischia di rimanere intrappolata nel dolore senza lavorare davvero sulla sua ferita, proiettando sull’altro un’etichetta che non c’entra.
  • Nel secondo, invece, il pericolo è concreto: chi subisce una relazione con un manipolatore patologico resta segnato profondamente e ha bisogno di un percorso di ricostruzione.

Capire questa differenza è fondamentale: non per minimizzare nessuno dei due dolori, ma per rispettarli entrambi nella loro natura.

Quando la diagnosi arriva: cosa significa davvero “narcisismo patologico”

Il Disturbo Narcisistico di Personalità non è un modo elegante per dire “egocentrico”. È un disturbo complesso, con criteri diagnostici precisi.
Significa che la persona vive centrata su se stessa, ha una profonda mancanza di empatia, ha bisogno costante di ammirazione e spesso utilizza gli altri come strumenti per nutrire il proprio senso di grandiosità.

Ma attenzione: non tutti i comportamenti egoisti o insensibili derivano da questo disturbo. Spesso la vita è fatta di persone che non hanno strumenti affettivi adeguati, che fanno errori, che feriscono senza avere un disegno di manipolazione.

Per questo la diagnosi non può essere improvvisata né affidata ai social. Nemmeno i migliori psichiatri arrivano a conclusioni in modo superficiale: serve un’analisi approfondita, tempo, strumenti clinici.
Quando una persona viene etichettata con leggerezza come “narcisista”, chi soffre davvero di abusi psicologici rischia di sentirsi messo sullo stesso piano di chi ha solo vissuto una delusione.

Il mio approccio

Ho iniziato a parlare di narcisismo tanti anni fa, molto prima che diventasse un termine “di moda”. Ne ho scritto, ne ho studiato, ci ho dedicato un libro. Lo conosco da dentro, e lo rispetto come tema clinico serio e doloroso.

Ma nella mia pratica clinica non punto mai il dito con diagnosi facili. Io non posso – né voglio – dire che il tuo/tua partner, il tuo/tua ex, tua madre o tuo padre sia un narcisista patologico se non li ho valutati direttamente.
Quello che faccio, invece, è partire da te.

Dal tuo dolore, dalle sensazioni che provi, da ciò che accade dentro di te quando ti trovi accanto a quella persona.

Se ti senti confuso, svuotato, sempre in colpa, se dubiti di te stesso dopo ogni confronto… è lì che lavoriamo insieme. Perché più che l’etichetta, ciò che conta è liberarti da quella morsa invisibile che ti soffoca.

Non solo donne vittime, ma anche uomini

C’è un altro mito da sfatare: che il narcisista sia sempre uomo e la vittima sempre donna. Non è così.
Ci sono molte donne che esercitano un potere manipolativo devastante, facendo vivere ai loro partner lo stesso inferno psicologico. Ho visto uomini ridotti al silenzio, convinti di essere loro “sbagliati”, incapaci di ribellarsi a partner che li logoravano giorno dopo giorno.

Per questo, più che parlare di “narcisisti” o “narcisiste”, preferisco usare un termine più ampio e accurato: manipolatori. Perché è questo che conta davvero: la dinamica di controllo, svalutazione e sfruttamento, indipendentemente dal genere o dalla diagnosi clinica.

Lavorare sulle sensazioni: più importante dell’etichetta

Quando una persona arriva in terapia, non serve che io stabilisca se il partner sia o meno un narcisista patologico. A volte la verità è che non lo sapremo mai con certezza.
Quello che invece so – e che conta – è cosa TU senti.

  • Se ti senti schiacciato.
  • Se non ti riconosci più.
  • Se cammini sulle uova ogni giorno per paura della sua reazione.
  • Se la tua voce interiore è diventata muta.

Ecco, lì c’è un problema serio. Non ci serve un’etichetta per prenderlo sul serio. Ci serve ascolto, strumenti e un percorso di rinascita.

Perché le parole contano davvero

Etichettare tutto come “narcisismo” rischia di banalizzare una sofferenza profonda e di confondere esperienze molto diverse tra loro.
Dare un nome giusto alle cose significa restituire dignità a chi ha vissuto davvero la manipolazione, senza togliere valore a chi lotta con le proprie ferite interiori.

Il mio lavoro è stare accanto a chi soffre, distinguere insieme i fili della sua storia e trovare il modo di scioglierli. Perché non è importante chi sia l’altro, ma chi diventi tu, passo dopo passo, nel ritrovare la tua forza.

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Dott.ssa Pamela Busonero

Psicologa Psicoterapeuta, riceve a Firenze in Piazza Indipendenza 21

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