La dipendenza passiva: chi è il dipendente affettivo passivo

La persona con una dipendenza-passiva ha una scarsissima autostima e considerazione di se stessa, pensa di non aver valore, di non essere abbastanza importante, o addirittura di non meritare amore.

L’altro, nella maggior parte dei casi idealizzato, viene quindi cercato per dare un senso alla propria esistenza. Solo con una persona accanto si ha la sensazione di ‘esistere’.

Il partner è considerato responsabile della propria felicità e verrà sobbarcato di richieste di presenza per placare il dolore della separazione.

È infatti la separazione (sia reale che immaginaria) che preoccupa il dipendente, e per questo sarà disposto ad accettare le peggiori condizioni proposte dal partner (maltrattamenti fisici o psicologici, umiliazioni, etc..). Tutto piuttosto che l’abbandono.

Se il partner si allontanerà, il dipendente cadrà in una sorta di astinenza e cercherà di aggrapparsi sempre di più all’oggetto amato.

 

Da chi è attratto il dipendente affettivo passivo

La persona con una dipendenza affettiva passiva solitamente è attratta dalle relazioni difficili e considera un partner equilibrato e rispettoso ‘noioso’ o ‘poco attraente’.

Proprio per questo tenderà a legarsi ad una persona narcisista o psicopatica (vedi la forma Contro-dipendente). Sono personalità molto forti e seduttive, incapaci di dare e ricevere amore, ma che al tempo stesso e soprattutto nella prima fase del rapporto riescono a dare alla persona ciò che si aspetta di ricevere: importanza ed ammirazione.

Il dipendente, dentro l’idealizzazione, percepisce il narcisista come una persona sicura di sé e indipendente, tutti tratti che vorrebbe per sé ma che non riesce ad incarnare.

Tutto ciò non durerà a lungo, perché finita la fase della ‘luna di miele’, alle infinite richieste di presenza ed attenzione del partner dipendente, l’altro comincerà a tirarsi indietro vivendo queste richieste come un’invasione.

Il narcisista non prova empatia quindi non riuscirà a mettersi nei panni del dipendente e non riuscirà mai a comprenderlo fino in fondo. Comincerà pian piano a svalutarlo ed a mettere le distanze e si realizzerà quello che per il dipendente passivo è considerato il più grande terrore: l’abbandono.

E così verranno rafforzate tutte le credenze negative di non valere, di non essere importante o di non meritare amore.

 

Che tipo di legame instaura

Il legame che instaura la persona dipendente affettiva passiva è quello della dipendenza. Se nelle relazioni ‘sane’ si è soliti ad affermare “Ho bisogno di te perché ti amo”, il dipendente passivo sente vere le parole “Ti amo perché ho bisogno di te”.

Pensando di non meritare amore ed essendo terrorizzato dalla solitudine, inciampando sempre in personaggi problematici, si convincerà che non ha alternative migliori su cui aggrapparsi.

Nella maggior parte dei casi un dipendente passivo riesce ad uscire da una relazione ‘tossica’ solamente dopo essersi legato ad un’altra persona.

 

Il sentimento che prevale

Il sentimento prevalente è l’angoscia legata alla paura dell’abbandono.

È terrorizzato dall’idea di potersi ritrovare solo o di essere lasciato, e vivrà la relazione senza mai rilassarti completamente.

Non riuscirà a lasciarsi andare, neanche nella sessualità. Più che rapporti sessuali, il dipendente ricerca affetto e coccole. Ha bisogno di essere ‘amato come un bambino’ e questo potrebbe essere il frutto di un passato fatto di rifiuti o negazioni da parte dei genitori (Vedi Neglect: trascuratezza emotiva).

 

L’illusione

L’illusione del dipendente affettivo passivo è quella che il partner del momento potrà in qualche modo colmare quel vuoto che si porta dietro da una vita.

Egli delega all’altro la propria felicità, sentendosi appagato solamente in presenza del partner.

 

Cosa pensa di sé stesso

Il dipendente affettivo passivo pensa che non merita amore e considerazioni. Ha una bassissima autostima e una forte idealizzazione nei confronti del partner. Si vede totalmente incapace di indipendenza e sicurezza e proietta tutti questi aspetti nell’altro.

È disposto anche a negare i propri valori ed i propri bisogni pur di stare con l’altro.

Di solito annienta se stesso, tende ad isolarsi, allontana amici o parenti che provano a mettere in discussione la sua relazione.

Subisce molestie psicologiche o abusi fisici, pensando che il partner “lo sta facendo per il suo bene”.

 

Atteggiamento che mette in moto

Il dipendente affettivo passivo si adatta ai bisogni dell’altro sacrificando i propri, illudendosi che prima o poi verrà ricambiato. Starà quindi nell’attesa (vana) che tutte quelle attenzioni, quelle cure, quelle gratificazioni tornino indietro.

Incapace di chiedere (“Perché dovrei chiedere certe cose? Lui sa di cosa ho bisogno”), vivrà nella frustrazione di non ricevere affetto e, man mano che il tempo passa, comincerà a provare sempre più rabbia.

La rabbia è l’altra faccia della medaglia del dipendente passivo, inizialmente accondiscendente e disponibile.

Quindi tace e aspetta.

Ma questa attesa taciturna darà solamente più spazio alla rabbia (per esempio una paziente mi raccontò che per il giorno del suo compleanno già sapeva che il partner non le avrebbe fatto gli auguri e, invece di ricordarglielo in qualche modo ha aspettato passivamente, finché la sera è scoppiata come una pentola a pressione).

Potrà alternare momenti di totale remissività a momenti di forte rabbia. Nelle relazioni di lunga durata, la rabbia potrebbe trasformarsi in disprezzo.

Nonostante la rabbia o/e il disprezzo, il dipendente passivo continuerà a rimanere legato con il suo oggetto di amore come se, per un altro verso, restasse indifferente a queste stesse emozioni.

 

Come uscire dalla dipendenza passiva

Il dipendente affettivo passivo riuscirà ad uscire da questo circolo solo quando si renderà effettivamente conto che il vuoto che sente non è colmabile da un partner.

Il primo passo sarà quindi quello di elaborare la propria storia personale e la propria infanzia, e sentire che il vuoto che cerca di colmare è, in realtà, un altro tipo vuoto, probabilmente incolmabile.

Il secondo step è comprendere a fondo che egli stesso è responsabile della propria felicità/infelicità, e non gli altri.

Lavoro spesso con questa forma di dipendenza e la situazione si sblocca quando la persona comincia a portare l’attenzione su se stessa, sui propri bisogni. Quando smette di accusare l’altro dei suoi problemi e comincia a prendere la responsabilità di se stessa. Spesso tutto è complicato dal fatto che, come scritto sopra, l’altro solitamente è una persona con una forte componente narcisista e quindi tende a prevaricare nel rapporto, schiacciando una persona già sensibile di per se.

Lavorando ed accettando la propria storia personale vedo persone che pian piano risalgono da questo vortice di angoscia e sofferenza, e diventano padrone della propria vita.

 

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Dott.ssa Pamela Busonero

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