Chi è la persona con una co-dipendenza affettiva

La persona con una co-dipendenza affettiva, chiamata anche “sindrome della crocerossina”, tende a legarsi a persone che hanno un bisogno estremo di aiuto. Il partner è quindi una persona difficile da gestire, spesso malato, o con problemi psicologici, e per questo molto concentrato su se stesso.

La definizione di co-dipendenza nasce per la prima volta in relazione ad esperienze dell’auto-mutuo-aiuto di mogli di uomini affetti da alcolismo o tossicodipendenza: i tentativi di ‘guarire’ i propri mariti, la sensazione di frustrazione, le manovre di controllo, gli sforzi per riparare i danni causati dal partner erano ciò che accumunava queste donne.

In generale la co-dipendenza è caratterizzata da un senso totale di sacrificio, con l’illusione che sarà proprio questo (sacrificio) a salvare il partner.

 

Da chi è attratto il co-dipendente

La persona con una co-dipendenza affettiva tende a legarsi a persone problematiche. Spesso sono persone con una forte depressione, o con marcati tratti di dipendenza (da alcol, da droghe, da gioco).

In tutti i casi sono persone molto concentrate su se stesse e sui loro problemi, che difficilmente riescono a vedere l’altro.

 

Che tipo di legame instaura

Se in una relazione sana la frase tipica è “Ho bisogno di te perché ti amo” e nella dipendenza affettivo-passiva “Ti amo perché ho bisogno di te”, la persona con co-dipendenza affettiva dice “Ti amo perché hai bisogno di me”.

È facile comprendere che il legame che si crea è dato da un bisogno, c’è totale dedizione nell’altro nonostante i fallimenti ripetuti, le menzogne e le speranze disattese di cambiamento.

Solitamente la storia d’amore tra una persona problematica e un co-dipendente passa attraverso varie fasi.

Fasi

  1. Il co-dipendente conosce una persona problematica, in un momento della vita dove i problemi sono tanti: perdita di lavoro, guai finanziari, isolamento relazionale, depressione, e molto altro ancora. Riassumendo, si trova in una condizione di bisogno.
  2. La persona con co-dipendenza affettiva, colta da compassione, si lega all’altro offrendo disponibilità ed affetto. In questa maniera riesce a sentirsi utile, importante, speciale.
  3. La persona problematica capisce gli sforzi dell’altro e cercherà di impegnarsi al massimo per rialzarsi e riuscire a superare i problemi, allo scopo di vivere una vita serena insieme.
  4. A questo punto la coppia co-dipendente è formata, nella maggior parte dei casi si vede la donna che da le cure e l’uomo che le riceve.
  5. Nel primo periodo sembrerà che tutto vada liscio ma, passata la luna di miele, il quadro degenererà: il partner problematico, ormai sicuro di se, tornerà ad avere gli stessi problemi di prima e si comincerà a sentire perseguitato dal co-dipendente.
  6. Il co-dipendente cadrà dalle nuvole, non si aspettava che tutto ciò potesse succedere. Comincerà a controllare il partner in maniera ossessiva, mentre il partner chiederà di essere lasciato in pace.

Qui vediamo quello che Karpman chiama il “triangolo drammatico”: vittima-persecutore-salvatore. Se inizialmente il co-dipendente era visto come salvatore e il partner era la vittima, adesso il partner diventa il persecutore e il co-dipendente diventa la vittima.

I problemi hanno una ciclicità, quindi ad un certo punto il partner andrà a chiedere perdono al co-dipendente, riformulando la promessa di cambiamento, che l’altro accetterà.

E il gioco ricomincia, finché il co-dipendente prenderà consapevolezza che tutto questo sacrificio è inutile e che il partner non cambierà mai.

 

Il sentimento che prevale

Il sentimento che il co-dipendente sente di più è quello della speranza. Esso spera che il partner ad un certo punto cambi e che, grazie al suo amore, possa finalmente guarire.

La speranza probabilmente è un sentimento che la persona con una co-dipendenza affettiva ha già provato ai tempi dell’infanzia.

In alcuni casi si potrebbe vedere il bambino (il futuro co-dipendente) che si prende cura del genitore. Tale bambino vive con la speranza (spesso inconscia) che, quando il genitore sarà guarito, potrà finalmente prendersi cura di lui.

Probabilmente è stato un bambino iper-responsabilizzato, abituato ad attendere all’infinito prima di ricevere una minima gratificazione e non conosce la reciprocità del dare e ricevere.

Quindi, tornando nel presente, salvando il partner è come se profondamente salvasse se stesso dal proprio passato e dal fallimento di non essere riuscito a salvare il genitore.

 

L’illusione della co-dipendenza affettiva

La persona con una co-dipendenza affettiva vive nell’illusione che, grazie al suo amore, il partner cambierà. Spesso c’è una idealizzazione dell’altro, visto come una persona molto valida, piena di risorse e possibilità, a patto che riesca a ‘guarire’.

Questa idealizzazione non è solo nei confronti del partner problematico, ma anche verso se stesso. Egli pensa che questo sacrificarsi per l’altro sia motivo di orgoglio e di grande forza. Il rovescio della medaglia avviene quando si accorgerà che il partner problematico non riesce a guarire. A quel punto si auto-colpevolizzerà, vivendo tutto ciò come un fallimento personale.

 

Cosa pensa di sé stesso

La persona co-dipendente tende a sentirsi spesso in colpa e sbagliato.

Legarsi a persone problematiche o malate è un modo inconscio per espiare questa colpa e sentirsi finalmente come una persona degna di amore. A volte succede che più il partner sta male, più il co-dipendente sente di aver valore.

Proprio per questo la guarigione del partner potrebbe essere vissuta come una minaccia, un’arma a doppio taglio.

 

Atteggiamento che mette in atto

Il co-dipendente affettivo dedicherà anima e corpo al partner. È come se, sacrificandosi completamente per l’altro, esso possa sentirsi ‘vivo’.

Inconsciamente il co-dipendente ha bisogno che l’altro resti malato. Questo perché da un lato è l’unica maniera che ha trovato per sentirsi importante, utile, speciale, e dall’altro lato ha la convinzione che se il partner guarisca potrebbe andare via ed abbandonarlo.

Questi atteggiamenti spesso provengono da famiglie di origine altrettanto problematiche, dove c’è stata un’inversione di ruoli ed il bambino (futuro co-dipendente) è dovuto crescere prima del previsto per prendersi cura dei genitori (o di uno dei due) sofferenti. È come se avesse appreso che solamente salvando i genitori, guarendoli dalla sofferenza atroce, potesse riprendersi il ruolo spensierato di figlio e venire finalmente amato incondizionatamente.

 

EMDR, un metodo per uscire dalla co-dipendenza

La persona con co-dipendenza affettiva riuscirà ad uscire dalla dipendenza affettiva nel momento in cui uscirà dall’illusione del salvatore.

Questo potrebbe portare molto dolore, ma solo attraversandolo, sentendo il proprio dolore, il co-dipendente smetterà di ascoltare quello degli altri e si prenderà finalmente cura di se stesso.

Per far ciò è consigliabile rivolgersi ad un bravo psicoterapeuta, esperto del settore.

Il lavoro con EMDR si propone quindi di fare un ponte col passato e ricercare tutte quelle situazioni che hanno portato a sviluppare una co-dipendenza affettiva.

 

Leggi anche

Il dipendente Passivo (“Ho bisogno di te”)

Il dipendente Aggressivo (“Ti odio ma non riesco a lasciarti andare”)

La persona Contro-dipendente (“Non ho bisogno di te”, tipica delle personalità Narcisista o Psicopatico)

 

 

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Dott.ssa Pamela Busonero

Psicologa Psicoterapeuta, riceve a Firenze in Piazza Indipendenza 21

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