Pamela Busonero, Psicologa e Psicoterapeuta

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Finta gentilezza. Come pochi momenti di affetto legano profondamente la vittima all’abusatore

I momenti di gentilezza: carburante del legame tossico

Chi abusa non appare sempre come una persona apertamente crudele o minacciosa. Spesso alterna momenti di rabbia, controllo e umiliazione a brevi gesti di -finta- gentilezza: un sorriso, un abbraccio, una frase affettuosa, un regalo improvviso.

Questi momenti, seppur isolati, attivano nei circuiti neurobiologici della vittima un rilascio di serotonina e dopamina. Questi neurotrasmettitori, responsabili di benessere e ricompensa, creano una sorta di “ricarica emotiva”.

Secondo diversi psicologi, l’imprevedibilità di questi comportamenti (scatti aggressivi alternati a affetto) confonde la vittima, la rende dipendente dal piacere di quei momenti positivi, ed è una dinamica tipica dell’abuso psicologico .

Chi abusa sa bene di dover alternare punizione e premiazione per mantenere il controllo. La vittima, allora, si aggrappa a quella scintilla di serenità, come se potesse placare il caos.

Nei miei colloqui, ho visto donne e uomini entrare nello studio con in mente uno di questi lampi di gentilezza: “Ricordo che mi aveva detto: ‘sei unica/o, ti amo’…”. Quel ricordo bastava a farle sperare in un riscatto della relazione.

Dipendenza neurochimica e psicologica

Quel piccolo gesto di affetto è come una goccia di zucchero: stimola i recettori del piacere, prosegue un’anticipazione di conforto.

È fisiologico voler rivivere quel momento.

Il cervello impara: bastano un complimento, un gesto premuroso, e subito la tensione scende, il cuore rallenta, la persona crede di aver trovato “la strada” per il ripristino del legame.

Questo crea un circolo vizioso: umiliazione, punizione, momenti di ricompensa, disperazione, attesa. Il bisogno di quella “carezza affettiva” diventa un’abitudine. È simile alla dipendenza da sostanza: la pausa breve è sufficiente per mantenere la speranza di un cambiamento.

Molte persone che ho seguito, inizialmente non si percepivano ancora manipolate; era come essere intrappolate in un continuo “bene e male”.

Perché la vittima insegue le briciole

Chi arriva nel mio studio spesso conduce una vita esteriore apparentemente normale: lavoro, famiglia, relazioni sociali. Eppure, dentro, c’è un buco di vuoto, una nostalgia per qualcosa che non sa definire. Quelle poche briciole gentili del partner diventano fette di pane di cui sentirsi dipendenti.

Spesso il passato gioca un ruolo significativo. Persone cresciute in famiglie dove l’amore era condizionato o poco visibile, e i genitori erano emotivamente disponibili solo a momenti, arrivano adulte con una cicatrice antica: per loro l’affetto sporadico è “normale”, va meritato, e cercato ad ogni costo.

Il manipolatore incontra questa ferita e allo stesso tempo offre la speranza di guarirla – almeno un po’.

In un caso recente una paziente mi raccontava: “Mio padre era affettuoso… ma solo quando riusciva a farmi sentire orgogliosa. Se sbagliavo, niente carezze. E mio marito era identico, premuroso se mi dimostravo ‘all’altezza’, altrimenti il silenzio”. In terapia ha capito che per lei l’amore era sempre stato a intermittenza, e ha iniziato ad accorgersi che stava ricercando nei momenti attuali la stessa dinamica.

La vittima nel presente: esempi di trasformazione

Caso di Marta:

Marta viveva costantemente in allerta. Era iperattenta a ogni minimo segnale del suo partner: un messaggio gentile o una parola affettuosa bastavano a tranquillizzarla per giorni. In una seduta mi disse con sincerità disarmante:
“Quando rispondeva con qualcosa di carino, mi sentivo al sicuro. Bastava quello per stare bene tutta la settimana. Ma se non rispondeva… rimanevo per ore a guardare il telefono, col cuore stretto.”

Insieme abbiamo esplorato il significato profondo di quei gesti: non erano solo parole o silenzi, ma veri e propri detonatori emotivi. Con il percorso EMDR, Marta ha potuto collegare quelle sensazioni a esperienze infantili rimaste aperte: ricordi in cui, da bambina, aspettava un abbraccio rassicurante che non arrivava, o arrivava solo quando “si comportava bene”.

Ha compreso che stava rivivendo lo stesso schema: aspettare una dimostrazione d’affetto per sentirsi viva, amata, al sicuro. Quello che sembrava amore era in realtà un antico copione affettivo, in cui doveva elemosinare attenzione per non sentire l’abbandono.

Durante il lavoro terapeutico, ha imparato a riconoscere quel bisogno con occhi nuovi, a restituirgli dignità, e a costruire un senso di valore che non dipendesse più da una risposta su WhatsApp.

Caso di Luisa:

Luisa viveva con una paura profonda: essere abbandonata. Per lei, ogni gesto gentile del partner – anche il più piccolo – era una conferma: “Vedi? Ci tiene ancora…”. Eppure, dopo numerosi episodi di dolore e svalutazione, un giorno in seduta mi disse:
“Mi sento come una cavia da laboratorio, sottoposta ai suoi sbalzi d’umore. Basta un giorno buono per cancellare una settimana di silenzi.”

Abbiamo lavorato con l’EMDR sull’assuefazione al silenzio, su quella tensione continua che aveva imparato a tollerare fin da bambina.

Col tempo, ha iniziato a risentire dentro di sé il diritto a essere amata senza condizioni, senza dover sempre dimostrare qualcosa. Oggi, in quei momenti in cui prima avrebbe cercato una carezza per calmare la paura, riesce a chiedersi:
“Lo merito anche senza che lui mi dica ‘ti amo’? E se fosse il mio bisogno a contare, non solo le sue parole?”

È una domanda piccola, ma potente. La chiave che ha cominciato a liberarla.

Caso di Federica:

Federica era cresciuta con una madre distante, che si mostrava affettuosa solo quando lei raggiungeva risultati eccellenti. Così ha imparato presto che per ricevere amore doveva “guadagnarselo”. Questo schema si è ripresentato anche nella sua relazione di coppia: si sentiva sempre in dovere di dare di più, sperando che l’altro restasse.

Durante la terapia ha capito che quell’impegno costante non era vero amore o dedizione, ma un modo per tenere in piedi un legame fragile, spinta dalla paura di perderlo.

Attraverso il lavoro con EMDR, ha riconosciuto nel suo corpo quella tensione continua, quel bisogno di dimostrarsi sempre all’altezza. Oggi ha imparato a fermarsi, a non scegliere più di soffrire pur di sentirsi amata. Ha iniziato a credere che il suo valore non dipenda da quanto si sforza per l’altro.

Come la terapia EMDR può aiutarti a spezzare il legame

Nel mio lavoro uso spesso la terapia EMDR per aiutare chi ha vissuto relazioni difficili e ambivalenti, dove momenti di dolore e manipolazione si alternano a piccoli gesti di gentilezza. È proprio questa alternanza che crea confusione e legami profondi, difficili da spezzare.

Con l’EMDR, la persona riesce a dare un senso a quello che ha vissuto. Riusciamo insieme a tornare indietro, a quei momenti in cui un gesto affettuoso dell’altro sembrava un segnale d’amore, ma in realtà era solo un modo per tenerla agganciata. E pian piano, lavorando su queste esperienze, quel legame perde potere.

Chi arriva da me inizia a vedere con più lucidità ciò che prima sembrava amore, ma era solo illusione. E soprattutto, inizia a sentire dentro di sé un senso nuovo di libertà: “non ho più bisogno delle sue briciole per sentirmi abbastanza.

L’EMDR non cancella il passato, ma permette di liberarsi dal peso emotivo che ancora oggi condiziona le scelte, le relazioni, l’autostima. Ed è in quel momento che inizia il vero cambiamento.

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Dott.ssa Pamela Busonero

Psicologa Psicoterapeuta, riceve a Firenze in Piazza Indipendenza 21

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